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A Roma, dal 20 al 22 febbraio, gli Animatori di Comunità senior del Progetto Policoro hanno vissuto un tempo di formazione e discernimento per rileggere trent’anni di storia e rilanciare l’impegno accanto ai giovani e ai territori più fragili.

Tra memoria e futuro: Animatori di Comunità in cammino per generare lavoro e speranza

Non è stata soltanto una tappa formativa quella vissuta a Roma dal 20 al 22 febbraio dagli Animatori di Comunità senior del Progetto Policoro. È stato piuttosto un tempo di sosta e di discernimento, necessario per rileggere il cammino compiuto e lasciarsi provocare dalle sfide che attendono oggi le comunità e i giovani.

Il convegno celebrativo dei trent’anni del Progetto Policoro, “Tra memoria e futuro”, ha aperto questo percorso, durante il venerdì pomeriggio, riportando al cuore l’intuizione originaria del progetto: stare accanto ai giovani perché possano riconoscere nel lavoro non solo un’occupazione, ma una vocazione e una possibilità di vita piena. La memoria condivisa non ha avuto il tono della celebrazione, ma quello della gratitudine per una storia che continua a generare percorsi, scelte e futuro nei territori, soprattutto in quelli più fragili.

Le testimonianze e le riflessioni ascoltate hanno restituito una consapevolezza comune: il lavoro rimane luogo di dignità e di speranza, spazio in cui ogni giovane può scoprire il proprio posto nel mondo, lasciando germogliare i semi che Dio ha posto in lui. Le parole di Papa Leone durante l’udienza del sabato – “Nessun giovane deve essere lasciato in panchina e le comunità siano incubatori di futuro” – sono risuonate come una consegna affidata agli animatori e alle comunità ecclesiali chiamate ad accompagnare senza lasciare indietro nessuno.

Nei laboratori del sabato pomeriggio, dedicati ai temi dell’inclusione, della disabilità, della scuola, della cooperazione e delle politiche attive del lavoro, è emersa con forza la necessità di abitare i territori con uno sguardo capace di ascolto e cura. Evangelizzare il lavoro significa allora riconoscerlo come luogo di relazione e crescita, spazio in cui accompagnare i giovani a desiderare l’età adulta, dando valore a quel tempo meraviglioso e complesso che è quello della giovinezza, e a sentirsi parte di una storia condivisa tra generazioni.

La mattinata conclusiva ha lasciato spazio non a sintesi definitive, ma a domande capaci di continuare a lavorare nel tempo: “Cosa portiamo con noi? Chi rischia di restare ai margini? Quale contributo possiamo offrire per fare crescere la comunità e il senso del lavoro?”.

Il senso più profondo di questi giorni forse sta proprio qui: una formazione che non consegna risposte pronte, ma affida semi e mancanze. Semi da custodire nella fertilità di ogni comunità, perché possano germogliare in scelte nuove e coraggiose oltre il “si è sempre fatto così”, relazioni più attente che si trasformano in progettualità condivise, impregnate di stile sinodale. Perché il Vangelo possa continuare ad aprire strade e a generare futuro là dove adulti e giovani scelgono di camminare insieme, verso un possibile che ancora attende di fiorire e che è necessario proteggere e custodire, sin dai primi germogli. Mancanze che si traducono quindi in spazio per continuare ad accogliere, mancanze che ci rendono capaci di quelle sane inquietudini che possono continuare a “spingerci oltre”, che ci allenano ad abitare le crisi con profezia.

Maria Carmela Fedele dell’Arcidiocesi di Torino