L’intestino in subbuglio

di Sandra Gesualdi

Don Milani e Aldo Capitini si conoscevano, si sono scambiati alcune lettere, hanno teorizzato e praticato, in forme diverse, la non violenza come modello politico, culturale ed educativo. In una missiva del luglio 1960, il Priore di Barbiana rimarca allo studioso perugino quanto occorra «stare fermi nella chiusura agli intellettuali», temendo di ritrovarsi in breve tempo «prete da salotto o prete da chiesuola intellettuale prigioniero d’una piccola società di mutuo incensamento». Come a dire che è inutile teorizzare la giustizia sociale tra colti e benestanti pensatori se poi i contadini continuano a zappare.

Fa impressione quanto sia stato profetico questo suo timore, oggi che, anche in campagna elettorale, tanti citano il Milani o parlano dei poveri ma pochi si adoprano a rimuovere davvero le cause della povertà. Quella di molti, in un mondo così tanto e oscenamente in disequilibrio, in cui ricchezza e privilegio stanno in mano a percentuali residue.

Non si parla dei poveri, si è lì con loro, si è loro. «Gesù Cristo […] si è fatto povero per voi», ricorda spesso Papa Francesco. E don Milani è stato lì con loro, uno di loro. Non a parole, non nei convegni, non nelle serate di beneficenza. Ogni giorno a Barbiana, con le mani callose come quelle dei suoi mezzadri, soffrendo con il suo sparuto popolo, ascoltandoli, condividendo paure e fragilità reciproche. Dividendo il pane e aumentando le parole che dovevano conoscere.

C’è un’altra lettera di don Lorenzo a Capitini, forse poco nota, forse poco significativa apparentemente ma di una straordinaria e concreta forza pedagogica. La concretezza del voler bene davvero, patire o gioire per chi si ha di fronte. È una lettera del giugno ’60. Siamo in tempo di esami scolastici. I ragazzi di Barbiana ogni anno affrontavano un lungo viaggio, a piedi fino alla stazione di Vicchio e poi in treno, per andare a Firenze a sostenere gli esami da privatisti. Partivano all’alba e tornavamo a fine giornata, a volte stavano fuori alcuni giorni. Tutto il piccolo popolo di Barbiana stava in trepidazione ad aspettare il loro ritorno. Capitini aveva chiesto a don Milani di vedersi e trascorrere un po’ di tempo insieme per riflettere, discutere, confrontarsi.

«Caro professore, ricevetti a suo tempo il suo invito a venirla a vedere a Firenze, ma non ne feci nulla perché tutto preso dagli esami dei miei dodici piccoli privatisti», risponde don Lorenzo che prosegue: «Barbiana è rimasta insolitamente silenziosa e sospesa con tutti i suoi figli impegnati in questa titanica lotta contro la città. Se gli esami saranno onesti Firenze dovrà ben soccombere, ma non ne sono abbastanza sicuro (di questa cosa che gli esami saranno onesti) da potermene stare in pace e godere il silenzio del Mugello e mi toccherà tenere gli intestini in subbuglio per altri dieci giorni, cioè fino al 18. Da allora in poi, perfettamente ristabilito da questa paterna malattia stagionale e di nuovo guarito dalla mia prole, sarò di nuovo a disposizione e mi rimetterò in paziente attesa della promessa visita». Avere mal di pancia per gli esami dei propri ragazzi. Partecipare fisicamente alle afflizioni, alle sofferenze o alle gioie dell’altro. In carne ed ossa, non a parole. Essere, diceva don Lorenzo. Essere prete, essere maestro, essere babbo. Soffrire per e con loro, con i poveri come un babbo.

Quando i ragazzi tornarono dagli esami, con il diploma in mano, a Barbiana si suonarono le campane.