C’è un’immagine che ha attraversato e sostenuto l’incontro del 13 aprile, nel percorso del Progetto Policoro Senior 2026. È quella degli “agnelli in mezzo ai lupi”, tutt’altro che simbolica. Piuttosto, una chiave concreta per leggere il presente.
L’appuntamento, inserito nel cammino “È nel dare che riceviamo. Pace e bene in politica”, è stato introdotto da don Bruno Bignami e condotto dagli AdC Senior Marco Sprecacè e Rosalba Cucci.
Protagonista del dialogo, Gaia Tortora, vicedirettrice del Tg La7.
Il titolo ha orientato fin dall’inizio il senso del confronto. Non si tratta di negare il conflitto, ma di abitarlo senza distruggere l’altro. È la lezione francescana evocata dall’incontro, ed è anche il punto più scoperto del nostro tempo. In un contesto segnato da polarizzazione e rigidità crescente, il confronto tende a degenerare in scontro e lo spazio del dialogo si restringe.
Dentro questa tensione si colloca il lavoro giornalistico. Tortora ha richiamato con lucidità la responsabilità dell’informazione in un clima dominato da logiche di schieramento, dove mantenere la fedeltà ai fatti diventa sempre più complesso. Raccontare la realtà non è un esercizio neutro, ma una scelta che implica rigore, equilibrio e indipendenza.
Il passaggio sulla giustizia ha segnato uno dei momenti più profondi dell’incontro. La vicenda del padre, Enzo Tortora, non è stata evocata come memoria distante, ma come esperienza viva che continua a interrogare il rapporto tra verità, errore e responsabilità. Una ferita che resta aperta nella coscienza pubblica e che impone uno sguardo più esigente sul sistema giudiziario.
Il dialogo si è poi spostato sul carcere e sulla giustizia riparativa, ambito in cui Gaia Tortora è direttamente coinvolta, come volontaria e attivista. Non una riflessione teorica, ma un’esperienza concreta che mette in discussione una visione esclusivamente punitiva della pena e apre alla possibilità di percorsi di responsabilità e ricostruzione.
In questo contesto è emersa una testimonianza particolarmente significativa. Pur dichiarandosi non credente, Tortora ha riconosciuto il ruolo della Chiesa nella vicinanza alle persone più fragili. Ha raccontato un episodio legato alla sua esperienza di volontariato in carcere, dove si era resa conto della necessità di interventi concreti e di un sostegno anche materiale. Decise, quasi con semplicità, di scrivere una mail a Papa Francesco, con l’intento di portare alla sua attenzione quella situazione.
La risposta arrivò. Una lettera scritta a mano, con una grafia minuta e leggermente inclinata verso l’alto. Il Papa non solo confermava di aver letto la richiesta, ma esprimeva gratitudine e disponibilità ad ascoltare. A quella risposta seguì un intervento concreto, attraverso la Caritas, che si attivò per sostenere i detenuti e le detenute di quel carcere. Un passaggio che ha colpito profondamente la stessa Tortora, mostrando una forma di prossimità capace di tradursi in azione.
A tenere insieme l’intero incontro è rimasta la domanda di fondo. È ancora possibile oggi sostenere il confronto senza scivolare nello scontro. La risposta non si presta a semplificazioni. È una scelta esigente, che richiede disciplina, ascolto e capacità di reggere la complessità.
Il coinvolgimento dei partecipanti ha confermato la rilevanza dei temi affrontati. Non un passaggio formale, ma un confronto reale, segno di una domanda diffusa e non eludibile.
Da questo incontro emerge una direzione chiara. In un tempo che tende a irrigidire le posizioni e a semplificare le differenze, diventa urgente recuperare la possibilità del dialogo anche tra visioni distanti. Non per attenuare le divergenze, ma per renderle abitabili senza trasformarle in fratture.
È una questione culturale che riguarda il presente, ma soprattutto il futuro. Senza un cambiamento di mentalità, capace di tenere insieme verità e relazione, si rischia di consegnare alle nuove generazioni un linguaggio fatto solo di contrapposizioni.
“Forse è proprio qui”, ha lasciato intendere l’incontro, “che si misura la responsabilità di ciascuno”. Tornare a dialogare, anche quando è difficile, non è un’opzione tra le altre. È la condizione per ricostruire un tessuto umano e sociale oggi sempre più fragile.
Marco Sprecacè AdC senior della Diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatrasone – Montalto
