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San Francesco, il cuore umano di Cristo e il seme ancora possibile

Imparare da chi ha scelto di lasciarsi “conquistare” il cuore da Dio, e non solo nella vita
spirituale. Imparare da chi – come ricordato da don Primo Mazzolari – “ha ritrovato il cuore
umano di Cristo” e che, come un vero innamorato fa con il proprio amato, non si stanca mai
di cercarlo e di assomigliargli rendendo concreto quell’Amore perché possa ogni giorno
gustarne la bellezza. Probabilmente l’eredità più bella di Francesco d’Assisi è stata, infatti,
il suo contaminarsi con la vita della gente senza escludere il Vangelo e, al contempo, il suo
cibarsi della Parola ma senza dimenticare la vita della gente. E questa eredità, dopo
ottocento anni dalla sua morte, continua a ispirarci. Attraverso il vissuto di Francesco si è
desiderato crescere, imparare, nutrirsi per ripensare a modelli di sviluppo umani e
comunitari. Su quest’orizzonte ha preso forma il percorso di formazione all’impegno
sociopolitico 2026 rivolto agli animatori di Comunità Senior del Progetto Policoro, dal
titolo “È nel dare che riceviamo – Pace e bene in politica” e, in particolare, l’ultima tappa vissuta
lo scorso weekend – dal 23 al 25 Ottobre – proprio nella città umbra di Assisi. Nell’anno
in cui si celebra il transito del patrono d’Italia, il rischio sarebbe stato quello di confondersi
tra i numerosi pellegrini che in questo tempo hanno attraversato le strade di Assisi, spinti
dall’eccezionalità di un evento e, probabilmente, con poche domande nello zaino. Eppure,
la promessa latente fin dal primo giorno è stata quella di lasciare che l’esperienza nella terra
di Francesco, unita alla sua storia segnata da logiche apparentemente lontane dal mondo,
potesse rendere nuovo l’impegno nelle nostre comunità, chiedendoci se una “seconda
strada” sulla quale tracciare la propria missione sia ancora possibile.
Il decalogo dell’impresa del benessere sul modello di Francesco
La giornata del sabato si è aperta con l’imprenditore Sauro Pellerucci, di “Pagine Sì!”, uno
dei principali player italiani nel settore della comunicazione digitale. Il suo punto di
partenza ha sorpreso molti: “Francesco è stato, prima di tutto, uno che ha compiuto un’impresa. Non
nel senso economico del termine, ma in quello più profondo. Ha saputo leggere il suo tempo, capire di che
cosa c’era bisogno, prendere una decisione e assumersene il rischio. Ha scelto la povertà e ha scelto di andare
incontro alle persone. E proprio così, da “minore”, ha permesso a tanti altri di riconoscersi e di rendere
possibile il sogno della fraternità.” Da qui Pellerucci ha proposto dieci regole per costruire
benessere, riassumibili in un’idea: preferire i legami ai vincoli. In altri termini,
intraprendere, anche quando la paura di sbagliare frena, perché l’intraprendenza è una
forma di vitalità. Distinguere i mezzi dai fini: il denaro è uno strumento, e se diventa lo
scopo è davvero poca cosa. Ottenere molto con poco, senza spreco, come Francesco
faceva con la “Regola di vita”. Praticare una buona economia e una buona politica,
ricordando che “concorrere” significa correre insieme verso un obiettivo comune. Infine,
Pellerucci ha ricordato che si può fare del bene solo se si sta bene, poiché la prima forma
di altruismo è avere cura di sé, non dimenticandoci mai di saper gioire di noi stessi, fino a
sperimentare quella “perfetta letizia” che Francesco viveva nonostante i propri limiti.
Nuovi sentieri per l’economia sociale e le comunità
A seguire, Stefania Proietti (presidente della Regione Umbria) ha indicato due strade
possibili in termini di innovazione sociale: l’economia della cura sul tema della sanità, che
può trasformarsi in un’economia positiva in cui pubblico e privato collaborano insieme; la
povertà energetica e il lavoro sulle comunità energetiche, come nuovo circuito su cui
fondare un’economia sociale, di fronte alla devastante crisi climatica. Di fatto, l’intervento
della Proietti ha dato slancio alla riflessione successiva con il movimento di “Economy of
Francesco” che ha descritto i suoi sviluppi negli ultimi anni.
Dalla formazione alla trasformazione
Ad aprire i lavori del sabato pomeriggio, la preziosa testimonianza di suor Martina
Angelina che, nel donare un pezzetto della sua vocazione, ha lasciato spunti di riflessione
importanti. In primo luogo, la fraternità come dono capace di restituire ciascuno alla
propria autenticità e la diversità come fonte di bellezza e armonia, una ricchezza da
accogliere e valorizzare. Al centro del suo intervento, l’invito a rinnovare lo sguardo su sé
stessi, privilegiando l’avvio di processi di trasformazione rispetto alla ricerca perenne di
cambiamento. La spiritualità e la passione del suo racconto hanno fatto da apripista e da
terreno fertile per le cinque parole sulle quali si è lavorato nei laboratori successivi, vissuti
tra i luoghi di Assisi dalla importante spiritualità: la pace nella Basilica di San Francesco, la
fraternità a Santa Chiara, il servizio nella Cattedrale di San Rufino, la cura alla Chiesa
Nuova e la povertà al Santuario della Spogliazione. In ogni luogo un facilitatore ha aiutato
i partecipanti a passare dal racconto del proprio vissuto all’impegno concreto da portare
nelle proprie comunità. A fare da filo conduttore, alcuni passaggi del discorso pronunciato
ad Assisi dal presidente Sergio Mattarella il 4 ottobre, che ha definito la povertà di
Francesco una «rottura concreta con l’idolatria del denaro».
L’eredità di Francesco
A chiudere i lavori, domenica mattina, Don Bruno Bignami e i cinque gesti che cambiano
la vita di Francesco e che interrogano ancora le nostre esistenze. In primo luogo, la
spogliazione davanti al padre che fa comprendere quanto il ricoprirsi figli della Chiesa e
del mondo lascia spazio a una paternità più grande. Ma ci fa comprendere anche quella
Luigino Bruni ha definito “economia del dono”, distinguendo ciò che è “gratis”, che non
vale niente, da ciò che è gratuito, che vale così tanto da non avere prezzo. Il bacio al
lebbroso ricorda, invece, che ci sono esistenze che sembrano non esistere, rimaste ai
margini: lì bisogna esserci, perché gli ultimi sono la misura delle nostre azioni. Il lupo di
Gubbio ricorda, invece, l’inclusione e la riconciliazione, perché nella misura in cui iniziamo
ad abitare le nostre realtà come pacificatori comprenderemo come convivere con il “lupo”.
L’incontro con il sultano, affrontato da “minore”, mostra una pace disarmata e disarmante
e che quell’essere piccolo è oggi la più grande sfida del nostro tempo. Infine, il Cantico
delle creature chiede se sappiamo ancora contemplare la vita e lasciarci meravigliare.
Thomas Merton scriveva: «Il tempo corre e la vita sfugge dalle mani, ma può sfuggire come sabbia
oppure come seme». È da questa immagine che prende forma il senso di un’eredità che non
può restare allora soltanto memoria. Di fronte al Francesco innamorato dello scarto e di
ciò che il mondo considera secondario, di fronte al suo sogno della fraternità, della pace,
dell’amore vissuto ai crocicchi delle strade non si può restare indifferenti. Oggi, sui passi
di questo sogno, si apre anche per il Progetto Policoro un cammino diverso attraverso
«GenerAzioni in Rete»: un’occasione per raccogliere ancora una volta quel seme e
trasformarlo in impegno, relazioni e gesti concreti nelle nostre comunità. Perché ciò che è
stato ricevuto non vada disperso, ma possa continuare a germogliare attraverso le scelte e
il cammino di ciascuno.

Sara Costa – Diocesi di Ischia