È attraverso la vicenda umana di san Francesco che suor Jenny Favarin, francescana dei poveri, lunedì 8 giugno ha guidato la riflessione sul tema “Sora povertà – Francesco e lo stile di vita”, sesto dei nove incontri del percorso annuale AdC Senior 2026 “È nel dare che riceviamo – Pace e bene in politica”. Siamo partiti dalla storia di un uomo che, attraversando le contraddizioni, le paure e le fragilità della propria esistenza, ha scoperto che la vera ricchezza non consiste nel possedere, ma nel condividere.
Prendendo spunto dall’allegoria di Giotto che raffigura le nozze mistiche tra san Francesco e Madonna Povertà nella Basilica inferiore di Assisi, la relatrice ha proposto una lettura della povertà ben diversa da quella comunemente associata alla mancanza o alla rinuncia. Per Francesco la povertà è una relazione, una compagna di vita, una “sposa” da accogliere e custodire. Non una privazione fine a sé stessa, ma una scelta che nasce dall’aver trovato in Dio il bene più grande e che si traduce in uno stile di vita fondato sulla reciprocità, sulla gratuità e sulla fraternità.
Attraverso la lettura delle fonti francescane, la relatrice ha mostrato come il cuore della conversione del santo non sia stato tanto un gesto eroico quanto un incontro. L’episodio del lebbroso, che Francesco stesso ricorda nel suo Testamento come l’inizio della propria conversione, rappresenta il punto di svolta della sua vita. Ciò che inizialmente gli appariva amaro, fonte di disgusto e paura, si trasforma in dolcezza attraverso un gesto di vicinanza e misericordia. In quel volto segnato dalla sofferenza, Francesco riconosce Cristo e, allo stesso tempo, scopre qualcosa di essenziale su sé stesso. Da quell’esperienza nasceranno la sua scelta di povertà, la minorità e un modo nuovo di abitare il mondo, fondato sull’incontro e sulla condivisione.
Uno dei concetti centrali approfonditi durante l’incontro è stato proprio quello di “minorità”. Pur provenendo da una famiglia agiata, Francesco sceglie di spogliarsi dei propri privilegi e di identificarsi con i minores, gli ultimi e gli esclusi del suo tempo. Una scelta che non rappresenta una fuga dalla realtà, ma una precisa presa di posizione. Vivere da minore significa rinunciare alla logica del dominio per riconoscere nell’altro un fratello, costruendo relazioni fondate sul rispetto e sulla dignità reciproca.
Anche il saio francescano assume in questa prospettiva un significato profondo. Non è soltanto un abito religioso, ma il segno visibile di una radicale spoliazione. Una scelta che rende Francesco libero di attraversare confini sociali, culturali e religiosi, incontrando chiunque senza paura e senza pregiudizi.
La riflessione si è poi soffermata sulla fraternità, indicata come il luogo privilegiato in cui Francesco vive concretamente il Vangelo. Essere fratelli non significa semplicemente condividere qualcosa, ma fare spazio all’altro, accettandone limiti, differenze e fragilità. Emblematico, in questo senso, il racconto della “perfetta letizia”, nel quale Francesco immagina di essere respinto dai suoi stessi confratelli. La vera gioia, spiega il santo, non nasce dal successo o dal riconoscimento, ma dalla capacità di continuare ad amare e a custodire la relazione anche quando essa diventa faticosa.
Nelle conclusioni, suor Jenny ha evidenziato come la povertà francescana non sia soltanto una proposta spirituale, ma una visione capace di generare conseguenze sociali e politiche. Una “politica del volto”, della cura e della reciprocità, che trova ancora oggi una sorprendente attualità nelle sfide della convivenza umana, della pace e della custodia del bene comune. La povertà, intesa come capacità di non appropriarsi dell’altro e di riconoscerne la dignità, diventa così il fondamento di una fraternità universale.
La testimonianza di Francesco continua a parlare al nostro tempo. In una società spesso segnata dall’individualismo e dalla ricerca del possesso, il suo esempio ricorda che la felicità nasce dall’incontro, dalla condivisione e dalla capacità di lasciarsi trasformare dalla presenza dell’altro. Una lezione che attraversa i secoli e che continua a indicare una strada possibile per costruire relazioni più umane e comunità più giuste. Non si tratta di un ideale irraggiungibile, ma di uno stile possibile. Ognuno di noi può farcela, perché – se ci pensiamo bene – siamo partiti dalla storia di un uomo che, attraversando la fragilità e la profondità dell’esperienza umana, ha mostrato che la santità non è evasione dalla vita, ma piena immersione in essa.
Francesco, straordinariamente uomo, semplicemente santo.
Alessandra Corti – AdC senior della diocesi di Pistoia
