17 Giugno 2026
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Il Progetto Policoro si rinnova Nasce “GenerAzioni in rete”

A 30 anni dalla sua nascita l’iniziativa guarda ora a una impostazione rinnovata. Il coordinatore nazionale don Ulto: valorizziamo le aree interne, la formazione sociopolitica e le start-up d’impresa

Il Progetto Policoro, dopo trent’anni, cambia veste e si fa nuovo per recepire i bisogni delle nostre società, senza perdere la ricchezza che ha generato in questo lungo tempo, mettendo insieme, al lavoro, l’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro, la Caritas italiana e il Servizio nazionale di pastorale giovanile. Una generatività, questa, alimentata dalle reti create sui territori per arrivare ad avviare circa cinquecento “gesti concreti” (ovvero imprese, associazioni o cooperative) e a formare circa millecinquecento animatori di comunità, partendo dalle regioni del Sud Italia per arrivare poi nel centro e nel Nord della penisola.

Parte adesso, quindi, “GenerAzioni in rete”, questo il nuovo nome del progetto, che, racconta il coordinatore nazionale don Marco Ulto, non fa riferimento «soltanto alle generazioni che hanno attraversato il Progetto Policoro, ma dice la sua generatività, il gesto del mettere in campo l’azione creativa di Dio, creando reti sui territori, per la costruzione del Regno di Dio».

Quale eredità viene raccolta?

Al tempo, il Policoro nasceva per andare incontro alla disoccupazione giovanile nel Sud Italia. Nel tempo, però, ci siamo resi conto che non si trattava solo di contrastare un problema, ma di promuovere i giovani e i loro talenti e dare, così, delle possibilità anche ai loro territori. Continueranno a camminare con noi la visione che hanno portato i “gesti concreti” già avviati, le reti relazionali instaurate e il trittico “Giovani-Vangelo-Lavoro”, su cui il Policoro si basa e da cui deriva il considerare il lavoro non solo una possibilità di profitto, ma la risposta a una chiamata. In questo, il ruolo dell’animatore di comunità rimane centrale. Si tratta oggi di considerarlo una figura ecclesiale capace di dare visione: ascolta le esigenze dei territori, le custodisce nel proprio cuore e genera futuro. Non deve avere la “sintesi dei doni”, non deve, cioè, saper fare tutto, ma deve avere il dono della sintesi, ovvero saper interagire, accompagnare e aiutare i giovani a trovare il proprio posto nel mondo.

Quali sono le novità che adesso vengono introdotte?

Ciò che si evolve è la dimensione degli ambiti formativi, per rispondere in modo sempre più puntuale alle richieste dei territori e creare una mentalità nuova attorno al mondo del lavoro. La formazione rimarrà organizzata in tre anni: il primo incentrato sull’identità dell’animatore di comunità e gli altri due dedicati a tre ambiti specifici.

Quali saranno questi ambiti?

Uno è dedicato alle aree interne, nelle quali si assiste oggi a una deportazione silenziosa dei giovani, costretti ad allontanarsi per studiare, ma che, anche dopo aver acquisito le competenze necessarie, non riescono a tornare nelle loro terre. La sfida è quella di ascoltare la profezia di quelle aree e renderle ancora vivibili, valorizzandone il patrimonio culturale, spirituale ed enogastronomico, per far sì che non diventino solo zone di transito sempre più soggette al turismo.
Il secondo ambito è quello dell’educazione sociopolitica, suggeritaci dall’appuntamento delle Settimane Sociali di Trieste. Si tratta, in questo caso, di educarci alla partecipazione attiva e alla pace,  non intesa come assenza di conflitti, ma come capacità di saperci stare dentro, per risolverli positivamente.
Infine, avremo l’ambito dedicato alle start-up d’impresa e alla valorizzazione dei beni ecclesiastici. Qui si tratterà di rilanciare una cultura che non veda nel lavoro solo una possibilità di profitto per sé stessi, ma la possibilità di creare opportunità per tuttala comunità. In questo, i beni ecclesiastici in disuso potranno trovare una via per diventare di nuovo pastoralmente efficaci.

Quale cammino si apre adesso?

Da questo mese raccoglieremo le adesioni per il 2027: nelle diocesi, i vescovi, assieme alle équipe dove lavorano in modo congiunto pastorale del lavoro,pastorale giovanile e Caritas, possono indicare l’ambito formativo prescelto. Non si tratta, in realtà, solo di una scelta relativa alla formazione, ma di creare occasioni di partecipazione attiva, che permettano a quella formazione di tradursi poi in azioni pastorali concrete nei territori.

Ci sono scadenze?

Il 21 giugno apriranno le adesioni, per le quali ci sarà tempo fino al 15 settembre, ma per chi aderisce per la prima volta è previsto un percorso di accompagnamento, che potrà portare anche a delle proroghe. A novembre, ad Assisi, con la prima formazione nazionale, daremo avvio a questo percorso.

Ci sarà spazio anche per proposte che nascono dal basso?
Chiunque sia interessato può mettersi in contatto con il proprio vescovo, che come un buon padre di famiglia saprà accompagnare l’attivazione del progetto GenerAzioni in rete nella propria diocesi.

Quali sono le aspettative?

Quelle di aiutare i giovani a abitare il mondo del lavoro in modo diverso, più umano, anche quando il progetto non porta alla creazione di nuove imprese. Si tratta di accompagnarli a viverne la dimensione vocazionale come occasione di santificazione. C’è bisogno di un recupero delle dimensione spirituale del lavoro, davanti ai tanti contesti in cui oggi questo viene reso meno umano.

Irene Funghi
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Copyright © Avvenire – Mercoledì, 17.06.2026 Pag. .A16

Un appuntamento delle formazioni nazionali del Progetto Policoro
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