Noi ragazze che avevamo partecipato alla Resistenza, avremmo potuto non renderci conto di quale conquista fosse il diritto di voto alle donne?

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Anche dopo la guerra quella bicicletta che mi aveva accompagnato durante tutta l’attività partigiana continuò per qualche anno a essere il mio mezzo di trasporto. Certo non con gli stessi patemi d’animo. Poi l’ho mandata in pensione, perché ritenevo esaurito il suo compito. E infatti sempre più spesso il mio tempo si divideva tra Castelfranco e altri luoghi. Nuovi impegni incalzavano. Potevo, volevo, essere testimone, nel mio piccolo protagonista, di quella pace, di quella libertà, per le quali ero stata staffetta partigiana. E mentre le mie scelte esistenziali mi portarono a iscrivermi all’Università Cattolica di Milano, alla facoltà di Lettere, e così facendo a proiettarmi verso il futuro, l’Italia tutta andava costruendo il suo futuro. Il paese si preparava a due appuntamenti con la storia: il referendum tra Monarchia e Repubblica e il voto per l’Assemblea Costituente.

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Noi ragazze che avevamo partecipato alla Resistenza, una volta raggiunta la pace, dopo aver contribuito rischiando la vita ad accelerare la fine della guerra, avremmo potuto non renderci conto di quale conquista fosse il diritto di voto alle donne? Peccato che molte di noi non avessero ancora l’età per votare.

Posso ben dire che la lotta armata aveva determinato la nostra dolorosa emancipazione e in molte, qui in Veneto, e non solo da noi, vi avevano partecipato. Scrive uno storico inglese che senza le donne, ed eravamo per lo più ragazze, la Resistenza non sarebbe stata vittoriosa, perché non solo c’eravamo ma eravamo anche più numerose dei ragazzi.

Fu molto bello, intenso, ritrovarsi insieme, in tempo di pace, a fare le stesse battaglie, condividere gli stessi ideali e poi scoprire di avere avuto un passato comune.

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Ricordi di un tempo in cui la fatica, le difficoltà, erano affrontate con coraggio, nella consapevolezza di stare facendo qualcosa di utile.

Allora ci sembrava possibile che il mondo potesse essere meno ingiusto anche per noi donne. E la realtà ci aveva già dato ragione. Ci aveva dato ragione, a noi militanti di partiti diversi, fin dalla prima volta in cui ci eravamo impegnate per portare le donne a votare, per il referendum istituzionale, il 2 giugno del 1946, e contemporaneamente per l’Assemblea Costituente.

Ricordo che andavo in giro per i paesi della Castellana, in tutta la provincia, prima di tutto per convincere le donne a votare e poi davo l’orientamento di voto a favore della Democrazia Cristiana, che era diventato il mio partito. Peccato che io non potessi votare, all’epoca si diventava maggiorenni a ventun anni, ma ciò non diminuì il mio entusiasmo, il mio impegno. E, devo dire che andando a parlare con le contadine, al mattino presto, perché si alzavano alle cinque, cinque e mezza, per governare gli animali nelle stalle, e poi per accudire uomini, vecchi e bambini, io e le mie arniche non trovavamo difficoltà a convincerle a partecipare. Piuttosto, i dubbi erano sul come partecipare: «Che cosa dobbiamo fare? Come facciamo a non sbagliare? Ne saremo capaci?». Per noi militanti è stato gratificante vedere che esse comprendevano i nostri discorsi, li condividevano, si rendevano conto che il voto era il punto di partenza di una nuova partecipazione alla vita sociale e politica del paese: un diritto-dovere che ci proiettava, da protagoniste, nel futuro.

E le italiane, fin dalle prime elezioni, parteciparono in numero maggiore degli uomini, spazzando via le tante paure di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto perché non eravamo sufficientemente emancipate. Non eravamo pronte, Il tempo delle donne è stato sempre un enigma per gli uomini. E tuttora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti. Come se essere maschi fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica.