Tina Anselmi

Ma cosa vuole questa Tina? Che fissazione questa Anselmi su Gelli e la massoneria!

di Anna Vinci

CI SONO esperienze professionali, ma anche private, che si radicano nella memoria, e che nel tempo si illuminano, lasciando sullo sfondo tutto il resto. Ciò capita quando il passato, alla luce dell’oggi, mostra una forza premonitrice. Come se in sé avesse già chiaro l’ordito del futuro. A volte, col senno di poi, non si capisce come non si sia stati capaci di comprenderlo. Altre volte l’averlo compreso non è servito. E non solo per le nostre inadeguatezze.

Questo è quanto mi capitò negli anni dal 1981 al 1984, tra l’ottava e la nona legislatura, quando fui presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Anni intensi, difficili, anni di lavoro, di speranza. Speranze? Con quali esiti? Non voglio dare un giudizio di fallimento sul lavoro dei miei colleghi e mio. Mi domando piuttosto perché non si sia voluto portare avanti nel Parlamento e nelle istituzioni l’azione che avrebbe dovuto seguire all’inchiesta.

L’inchiesta esigeva un’opera di pulizia e di vigilanza che non è mai stata compiuta. Perché ciò che rendeva pericolosa la P2 era il fatto che non fosse trasparente. La nostra Costituzione dà spazio alle associazioni purché non siano segrete, perché la segretezza è il contrario della trasparenza, nelle istituzioni e delle istituzioni, e quindi della democrazia. Le conclusioni della Commissione di inchiesta sulla P2 esigevano uno scavo più profondo su quel mondo che ruotava intorno alla P2, intorno a Gelli. Perché all’epoca delle indagini, i gran maestri della massoneria ci dissero che gli affiliati erano molti di più di quelli raccolti nell’elenco trovato nella villa di Gelli a Castiglion Fibocchi, intorno ai millecinquecento – duemila. Ed è molto grave che sia rimasta, a tutt’oggi, un’area coperta, e in tal modo si possa continuare a esercitare un gioco di ricatti tra «coperti e scoperti». Il ricatto può essere l’origine della corruzione, del degrado delle istituzioni in una democrazia.

Il ricatto ha in sé una carica eversiva pericolosissima, in politica bisogna guardarsi dal dare spazio anche solo al ricatto di una persona, e non solo per un fatto morale, soprattutto se il ricattato ha responsabilità di governo. Rischieremmo di essere rappresentati da una persona, uomo o donna che sia, le cui decisioni non poggiano sull’interesse del paese, ma sul suo personale e, cosa gravissima, su un interesse che è riflesso di altri interessi, che restano nell’ombra. Senza trasparenza, la democrazia agonizza. Si parla tanto di questione morale, e invece di parlarne bisognerebbe capire perché la vigilanza che doveva esserci non c’è stata; e aggredire l’origine della immoralità. Anche rischiando di essere impopolari. Perché in politica le scelte giuste spesso si pagano. Almeno sul momento.

[…] Si doveva essere più fermi, più vigili, lo ripeto; ma la vigilanza, la fermezza, che la situazione richiedeva, non ci sono state. Anzi si è tentato di impedire di accertare quanto vasto sia stato l’intreccio della P2 – con il suo giro perverso di miliardi e di potere – con la vita del nostro paese. Ricordo quante volte mi sono sentita dire: ma cosa vuole questa Tina? Che fissazione questa Anselmi su Gelli e la massoneria!

[…] La verità è che la P2 faceva paura a molti, anche a persone che non erano direttamente coinvolte. Quando se ne parlava, c’erano timore, preoccupazione. E credo che la P2 continui ancora a destare molta inquietudine. Bisognerebbe capire perché. Sarebbe interessante. Non fosse altro che per un giusto dovere di cronaca.