Luana Ilardo: non è facile essere la figlia di un boss.

Fu la prima cosa che mi venne in mente quando incominciai a frequentarla, telematicamente, per scrivere la sua storia. Non è facile entrare in una vicenda tanto tragica, fu il secondo pensiero. Eppure in questa vicenda ci sono tante cose che hanno a che fare con noi tutti. Non solo perché l’appartenenza allo stesso ineluttabile destino, nascere e morire, dovrebbe farci sentire sotto lo stesso cielo e avvicinarci gli uni agli altri, sappiamo bene quanto ciò sia difficile. Resta intatto, tuttavia, il principio tanto a lungo disatteso. La storia anche oggi, in questo tempo di pandemia, di confinamento, di dolori e lutti, riconferma che siamo anime troppo spesso accecate dai nostri privati, piccoli, o grandi, desideri.

Nella storia che ho tentato di narrare, più andavo avanti, più mi avvicinavo a due questioni che mi hanno sempre affascinato e inquietato.

Comincio dall’inizio, essere figlia di un boss.

Il padre di Luana, Luigi Ilardo – nato nel 1951 – è figlio di un proprietario terriero e di bestiame di Lentini, Calogero, massone, fornitore di bestiame all’esercito imparentato con Francesco (Ciccio) Madonia, potente boss di Vallelunga Patrameno in provincia di Caltanissetta, zio Ciccio appunto per Luigi. Le estati in famiglia al mare erano con i Madonia, il cugino PIddu, gli uomini del clan e parenti sempre della stessa cosca.

Il destino è segnato?

Dopo una vita sempre nello stesso ambiente, nel 1980 si dà alla latitanza per sfuggire a un’accusa di estorsione e di un sequestro lampo del figlio di un imprenditore. Luigi ha 29 anni e da poco, nel 1978, era stato punciuto, rito della puntura dell’indice della mano che dà inizio all’iniziazione quale affiliato alla Mafia.

Luana nacque durante la latitanza. E poi quando ebbe tre anni il padre finì in carcere, vi restò, salvi brevi periodi a casa, per buona condotta, fino al gennaio 1994.

Ma qualcosa in carcere cambiò il boss.

Nell’estate del 1993 nel carcere di Lecce, incontrò l’allora tenente colonnello Michele Riccio, e fece la scelta più importante e più difficile della sua vita, si affidò allo Stato. E questa volta la sua fu una libera scelta. Ebbe la forza di abbandonare il destino segnato. Ed ecco la prima questione che tuttora mi inquieta: la capacità umana di cambiare radicalmente, seguendo una spinta interiore, la voglia di riscatto, orrore del passato, mediazione esistenziale, scoperta della fede tutta da decifrare?…

Mi auguro che leggendo il libro potrete trovare forse una risposta. O almeno la voglia di interrogarvi. O porvi una domanda più calzante.

Ma la quotidiana anormalità della famiglia Ilardo, rallegrata nell’agosto del 1995 dalla nascita di due gemelli, mentre il padre cominciava quale infiltrato a collaborare con il colonnello Riccio e prepararsi a diventare collaboratore di giustizia, durò poco.

La sera del 10 maggio 1996, trovò, dopo aver sentito ripetuti spari, il cadavere del padre davanti casa crivellato di colpi, insieme alla sorella Francesca, di diciotto anni, Luana ne aveva sedici anni e la seconda moglie amata di Ilardo, Cettina Strano, madre dei due gemelli

Vittima il padre. Vittima la famiglia.

Ed ecco la seconda questione. Essere vittima: ci si può sentire vittima per sempre? Cercare giustizia certo… Ma non bisogna staccarsi da quella dimensione esistenziale? Non che il dolore possa scomparire, ma perché, se si resta ancorata a quella dimensione, si fa vincere due volte il carnefice e nel caso di Ilardo i carnefici. Perché la nostra umanità vive nelle contraddizioni, nel movimento non solo fisico, ma dei pensieri, del cuore. Essere bloccate intrattiene il dolore. Che deve attenuarsi, perché la vita continua per noi e per chi ci ama. Perché il bisogno di giustizia non diventi desiderio di vendetta.

E ancora una volta rimando la questione al lettore.

Come dice lo scrittore Joseph Conrad: “Si scrive soltanto una metà del libro, dell’altra metà si deve occupare il lettore”.

Volevo entrare nella storia di Luana, avvenimenti, pensieri, dolori, emozioni, piccole gioie, con il mio ritmo di scrittrice. E ritrovare la verità della storia privata in quella pubblica, che emerge dalla mia conversazione con Giorgio Bongiovanni, fondatore e direttore di Antimafia Duemila, e dalla prefazione del colonnello Michele Riccio.

Spero di esserci riuscita.

Ed è con una frase di Michele Riccio che concludo questa mia presentazione del libro.

“Tutto è chiaro e documentato, a Ilardo, quando ci rincontreremo un giorno nel ricordargli quanto spesso mi diceva: ‘vedrà comandante quante ce ne faranno passare’ gli dirò che se non avessimo vissuto da uomini, e fatto qualcosa e lui anche a sacrificio della vita sarebbe stato tempo perduto.

La memoria è tutto e senza l’obbligazione morale che è il fondamento di una esistenza responsabile sarebbe impossibile diventare uomini”.