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Giù le mani dai beni confiscati alle mafie    versione testuale







Al via la raccolta di firme per il ritiro dell’emendamento alla finanziaria.
 
 
E’ iniziata il 28 novembre scorso la settimana di mobilitazione, promossa dalle associazioni antimafia, con lo slogan “Niente regali alle mafie i beni confiscati sono cosa nostra”. Un’iniziativa lanciata da Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, per chiedere al Governo di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati, che vedrà coinvolte in oltre cento piazze d’Italia, tutte le associazioni che si occupano di antimafia ed educazione alla legalità, impegnate con iniziative, convegni, concerti, nella raccolta di firme contro l’emendamento discusso in Parlamento.
 
“Tredici anni fa, – ha dichiarato Don Ciotti - oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità la legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.
Oggi quell’impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. È facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato. La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni”.
Nella legislazione antimafia italiana, l’azione di contrasto patrimoniale attivata dallo Stato, si snoda essenzialmente in due grandi fasi. La prima fase, che nasce con la legge Rognoni-La Torre, riguarda le indagini per l’individuazione, il sequestro e la confisca delle ricchezze delle mafie. La seconda fase del contrasto, non meno importante, riguarda l’uso che lo Stato fa dei patrimoni e dei beni tolti ai mafiosi.
A tal riguardo la legge 7 marzo 1996, n. 109 (legge fortemente voluta dalle associazioni antimafia, che raccolsero oltre un milione di firme perché fosse approvata) ha indicato una prospettiva di grande significato democratico: la restituzione alla collettività dei beni confiscati alle mafie. Molto importanti sono i valori sottesi a tale obiettivo: si indeboliscono in modo essenziale le organizzazioni criminali; si afferma in modo concreto e visibile il principio di legalità, proprio nei luoghi in cui la mafia aveva affermato il suo potere; si sconfigge il falso mito dell’invincibilità delle organizzazioni criminali, perché si dimostra che anche le ricchezze della mafia sono colpite dall’azione dello Stato. Quei beni, poi, costituiscono in concreto una risorsa per il territorio, un’opportunità di sviluppo e di crescita civile. Insomma, attraverso l’attuazione degli obiettivi della legge 109/96 si consolida il rapporto di fiducia dei cittadini nelle istituzioni e, quindi, si rafforza la democrazia.
Per tutte queste ragioni, il mondo del volontariato antimafia chiede al Governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
“Si rafforzi, piuttosto, l’azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan – prosegue Don Ciotti” - si introducano norme che facilitino il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca dei beni ai corrotti e vengano destinati innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un’Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti “cosa nostra”.
 
Sandro Mauro (AdC Nicosia)
 
N.B. E’ possibile aderire all’iniziativa anche online: basta collegarsi al sito www.libera.it e seguire le istruzioni.
 
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